IL TEMPO E’ SCADUTO. Riprendiamoci la parola

“Sulla polvere sbattuta dalle battaglie,

su tutti quelli che si azzuffano, disperando nell’amore,

adesso

l’inverosimile diventa realtà
è la grande eresia socialista!”
(V. Majakovskij, Rivoluzione. Cronaca poetica, 1917 )


Care compagne e cari compagni,
il sentimento più  diffuso nel nostro partito ci pare possa essere così sintetizzato: smarrimento, confusione, perdita di senso della politica.
UN BILANCIO: DA PRODI ALLE REGIONALI
Il risultato elettorale ci consegna l’ennesima sconfitta della sinistra tutta. E’ necessario chiamare le cose con il proprio nome. Una sconfitta tanto più pesante perché, come sosteniamo da tempo, viene da lontano, ed è sempre più chiaro che per uscirne non basta accontentarsi di vivacchiare dentro un dibattito tutto centrato su “contenitori” di strutturali debolezze che puntualmente vengono sonoramente “bocciati” dai cittadini e da compagne e compagni sempre più stanchi e sfiduciati.
Dalle urne esce un paese modificato nell’”antropologia” sotto i colpi della crisi sociale, politica ed economica, totalmente alterato e devastato sotto il profilo culturale, nell’immaginario, nel simbolico. Vincono le destre. Si affermano solitudini. Emerge un paese che a Nord si sente rassicurato dalla Lega che fa leva sull’individuazione dell’”altro” come nemico e del territorio come fortino in cui rinchiudere paure, solitudini e frustrazioni, ma anche come luogo in cui le resistenze corporative e i populismi identitari si intrecciano con le dinamiche di un capitalismo aggressivo ed escludente. Al Sud, invece, si arrende alle mafie, le quali con il loro controllo violento e capillare del territorio, incontrano pochi argini, riuscendo spesso a condizionare direttamente la formazione della rappresentanza istituzionale e, assieme al voto di scambio, al quale non è estraneo talvolta neppure il nostro partito, contribuiscono alla corruzione del rapporto tra i ceti popolari, la politica, le istituzioni. Il tutto saldato e garantito da un berlusconismo da “basso impero”.
Il centrosinistra, così come lo abbiamo conosciuto, matura la sua crisi, tra le pesanti incertezze del PD e gli opportunismi di Di Pietro. I primi sintomi si erano già resi evidenti con la sconfitta di Soru in Sardegna: la risposta politicista e moderata, dall’autosufficienza di Veltroni all’allargamento all’UDC, non offre né sponde né salvezze. Ciò vale a maggior ragione nel sud dove tale politica giunge al sostegno di esperienze di governo impresentabili, con formazioni, come l’UDC, che oltre al loro profilo politico e culturale, si caratterizzano per essere parte integrante di un sistema  politico infiltrato da poteri criminali.
La sinistra continua a perdere consensi e anche in questo caso la somma di tutti i partiti del suo arcipelago, insieme a novità che di sinistra non sono, ma che si presentano anche come il frutto di quella crisi (ci riferiamo a IdV e al movimento Cinque stelle), non dà conto della continua emorragia di voti e di consensi che ad ogni elezione misuriamo, quasi fossimo ragionieri a cui non tornano i conti.
Si intravede il vento Vendola, uno scirocco caldo che spira dentro un berlusconismo rispetto a cui rischia di essere l’altra faccia dello stesso americanismo che avanza. Ma è suggestivo perché scompiglia, fa saltare tavoli, allude ad alternative possibili. Non ha una ricaduta immediata in termini di risultati elettorali per SEL al di fuori della regione Puglia; sarebbe tuttavia un errore strategico sottovalutare e non comprendere il laboratorio pugliese.
Ricompaiono di fronte a noi i nodi di questi lunghissimi anni: o li sciogliamo in un cammino vero e pieno di domande, delle domande giuste, o saremo condannati ad una residualità di pura testimonianza quando non di consunzione.
Alcuni e alcune di noi individuavano nel percorso della Sinistra Europea lo ‘sbocco politico’ di quell’internità ai movimenti e del rinnovamento della forma partito che non voleva più essere monosessuata; altri e altre videro in quelle ‘aperture’ dei varchi verso percorsi destrutturanti.
Andammo al governo, ma il difficile travaglio governativo non solo aprì contraddizioni e rotture al nostro interno, ma andò anche creando diffidenze e difficoltà con i movimenti che avevano investito su di noi. “Da Genova ai Palazzi” si disse allora, soprattutto per alcune questioni di forte impatto anche simbolico, non digeribili e non digerite: il voto alla “missione” in Afghanistan, le “aperture” sulle riforme istituzionali, l’esenzione dell’ICI per la Chiesa cattolica, il decreto sicurezza, il pacchetto del welfare, il paludamento istituzionale assunto via via dal compagno Presidente della Camera dei deputati e dalla nostra rappresentanza parlamentare. Il 2008 ha segnato il nostro dramma: la rottura con chi dissentiva sulla guerra, la Sinistra Europea sacrificata d’imperio e dall’alto senza discussione, la perversa illusione dell’Arcobaleno, il flop elettorale.
Nessuno è senza colpe e non tutti le hanno allo stesso modo. Alcuni e alcune di noi avvertono pienamente il peso delle responsabilità e, anche partendo da un’autocritica severa, sono giunti a rompere relazioni e progetti con compagne/i con cui avevano condiviso analisi e molto cammino.
D’altronde, già prima delle elezioni del 2008, in maniera strisciante, quella che era un’alleanza elettorale cominciava a presentarsi come nucleo di un partito che si andava rivelando come una sinistra liquida, leaderista e moderata, che si arrende all’avanzare dell’americanismo e rinuncia al progetto della rifondazione comunista. Le cose andarono come andarono: le elezioni, e soprattutto le sensazioni dei militanti e delle militanti, rivelarono che il progetto era un castello di carta. E, tuttavia, “non si poteva tornare indietro” e si propose la Costituente della Sinistra.
La vedemmo come una liquidazione del partito e ci opponemmo. Pensammo che quella Costituente fosse l’inizio di un percorso moderato, subalterno al Partito Democratico e alla sinistra di governo. Certo, ci rendevamo conto dei rischi di autoreferenzialità che la “salvezza” del partito comportava, ma decidemmo di avventurarci. Il documento che vinse a Chianciano era un’onesta mediazione: segnava l’autonomia politica dal PD e dal centrosinistra con una forte critica all’esperienza di governo, non solo perché i rapporti di forza non erano a noi favorevoli, ma perché non abbiamo tenuto relazioni trasparenti e connessioni con i luoghi di lavoro e con i movimenti, oltre che per la torsione istituzionalistica che era prevalsa anche nelle nostre pratiche.
La sfida ridiventava per noi la rifondazione comunista, la ricostruzione della soggettività politica.
I NOSTRI LIMITI
Ora Chianciano non c’è più. Non solo e non tanto perché abbiamo fatto accordi variegati per le regionali, a volte tecnici, a volte no, ma perché non riusciamo a parlare alla sinistra e alla società.
Chianciano, come tentativo di ricostruire il collettivo politico della rifondazione, si è esaurito con il prevalere di quella che Gramsci chiama la piccola politica ( il quotidiano, le lotte fra gruppi ) che ha sovrastato la grande politica, quella del discorso pubblico egemonico senza il quale la nostra funzione muore, senza il quale non è pensabile l’autonomia. Autonomia e indipendenza significano soprattutto scegliere la priorità del radicamento sociale e di conseguenza ricostruire linearità/coerenza tra i contenuti della nostra iniziativa nella società e le scelte politico-istituzionali. L’annosa questione delle alleanze elettorali deve essere risolta non in modo pregiudiziale, ma sulla base di un’analisi rigorosa dei programmi e dei rapporti sociali, rompendo con logiche opportunistiche e di ceto politico.
Nel nostro dibattito erroneamente si è confusa talvolta l’autonomia con gli accordi da fare o no con il PD, da cui sono emersi bizzarri o opportunistici particolarismi, fino al sostegno subalterno a Loiero in Calabria. Ma leggere il risultato disastroso della Campania e della Lombardia come la necessità di chiudere sempre e comunque accordi con il PD sarebbe riduttivo, fuorviante e colmo di altri errori. Manca un nostro discorso pubblico, manca la relazione con la parte radicale del movimento, mancano la percezione della nostra utilità, il senso della nostra politica, l’efficacia del pensare un altro mondo possibile. Non abbiamo mantenuto quell’impegno che era, a nostro avviso, il nucleo del progetto, la precondizione (e la finalità)  della “messa in sicurezza” (come allora si disse) della nostra comunità politica, il senso stesso del dirsi (e volersi dire) comunista, ossia la rifondazione teorica e la pratica sociale,  che vanno insieme, pena la caduta nell’ideologismo o nell’empirismo del giorno per giorno.
Sappiamo che in molte realtà, sia a nord che a sud,  i compagni e le compagne hanno costruito, nella pratica del “partito sociale”, dei punti veri di critica del mercato, dei processi di privatizzazione e dei consumi diffusi nelle società capitaliste, mettendosi in relazione con soggetti in carne ed ossa, precari e precarie, lavoratori e lavoratrici sfruttati, giovani e meno giovani con scarso reddito. Tuttavia, le esperienze del partito sociale hanno bisogno di essere sostanziate, non solo da pratiche partecipate, ma anche da iniziative di attivazione del conflitto sociale, da scelte radicali e, soprattutto, da un progetto di alternativa di società. Il “sociale” è la forma dell’agire politico del partito: c’è qualcuno che possa sostenere, ad esempio, che la cultura e la ricerca teorica non debbano essere ‘pratica sociale’?
La riforma del partito è fallita: mancano la volontà di avviarla, la consapevolezza della sua necessità, quindi la sua pensabilità. Risulta molto limitato l’impegno a sostenere il partito, a partire dai circoli, a promuovere l’iniziativa sociale, ad estendere le adesioni, a curare i percorsi di formazione e autoformazione delle compagne e dei compagni, a introdurre elementi innovativi e trasformativi, ad aprire, ad esempio,  case dei diritti, case delle culture.
Il partito è  sempre più maschile, la sua sessuazione viene ritenuta insignificante e persino derisa. La nostra forma partito, non diversa da quella degli altri, continua a essere pensata per una politica maschile, di riconoscimento sociale e simbolico tra uomini, una sorta di fratriarcato in cui gli uomini si combattono e competono (ma si danno valore) fra loro in una sorta di recinto autoreferenziale che chiamano spazio pubblico costruendo, di fatto, uno spazio in cui la differenza femminile è derubricata a rivendicazione (e concessione), richiesta di spazi e posti nelle istituzioni. Il luogo della politica di fatto è l’esercizio del potere, non importa quanto grande o quanto piccolo.
La piramide si accentua anche se ognuno fa quello che vuole; il dissenso viene intercettato e interpretato come passaggio di area, come sfiducia, guardato con diffidenza e isolato; ci si dice di ‘fare squadra’, ma non c’è un progetto collettivo, non c’è il collante della squadra, che sono le relazioni interpersonali, la valorizzazione del lavoro politico, il riconoscimento della lealtà.
E’ indispensabile costruire un discorso pubblico, generale e specifico, non affidato ai comunicati stampa del segretario, ma costruito come percorso collettivo: tutte e tutti dobbiamo saper parlare alla società.
La rifondazione comunista è l’unica strada per ricostruirci.
Ma qui casca l’asino. La Federazione è scoppiata come un fulmine e le condizioni le abbiamo subite, quasi a seguito ‘automatico’ delle elezioni europee. Si è tentato di imporla dall’alto ai territori e ci si lamenta che, come si sostiene quasi unanimemente, non sia decollata. Inutile ripetere le critiche che sono state avanzate da quasi tutti i compagni e le compagne, anche da chi ha votato a favore. Si vuole fare di questo soggetto un organismo compatto (una testa un voto), lo statuto presenta una forma da superpartito anche se il consiglio politico nazionale è già in violazione dello statuto per quanto riguarda la democrazia di genere. La Federazione viene percepita come un duopolio PRC-PdCI, una gabbia dell’autoreferenzialità di gruppi dirigenti e di una politica separata che non risponde al bisogno di costruire spazi pubblici partecipati e plurali, laboratori di democrazia.
In questo fortilizio non entra nessuno: non entrano il pacifismo, l’ecologia, il femminismo, quel che resta del movimento, persino il mondo del lavoro a cui spesso enfaticamente ci riferiamo. La sinistra sociale prende altre strade, respinta da questa mancanza di discorso pubblico e da una sorta di rigidità ideologica, si chiude anch’essa nell’autonomia del sociale. Le donne vengono respinte a priori, considerate appendici, alleate da aggregare, commilitone, richieste per rendere presentabili le liste.
Inoltre, la vita interna del partito è regolata da un sistema gestionale di tipo pattizio in proporzione alle appartenenze. Persino il congresso dei giovani è stato regolato da un accordo preventivo tra adulti, con il risultato di precostituire gli equilibri dei gruppi dirigenti al di fuori di un confronto democratico, eludendo la verifica di merito sulle posizioni politiche e mettendo in crisi nei documenti politici e nei principi ispiratori persino un impegno statutario come la democrazia di genere. D’altronde il sistema pattizio si è rivelato in modo eclatante, rissoso e soffocante, nella designazione recente degli assessori e degli apparati istituzionali, tutta interna e ripiegata sulla distribuzione per partiti e per aree.
PROVIAMO QUALCHE PROPOSTA
Noi pensiamo invece che occorra prima di tutto, e una volta per tutte, aprire una stagione nuova di proposta politica, sociale e culturale a tutte le forze critiche nei confronti del PD, alle associazioni, ai movimenti antiliberisti, anticapitalisti e antipatriarcali: non alleanze di ceti politici e nemmeno semplicemente accordi per battere il bipolarismo in nome della questione democratica, in primo luogo perché la questione democratica e la questione sociale vanno tenute strettamente intrecciate, come ci insegna la storia del movimento operaio occidentale, poi perché la critica al bipolarismo, se isolata nei suoi aspetti istituzionali, verrebbe intesa come una mera lotta per la sopravvivenza. Il nostro obiettivo resta la costruzione di un polo della sinistra di alternativa, autonoma strategicamente dal PD e dal centrosinistra. Nel nostro paese serve una sinistra vera, moderna, coraggiosa, di classe, comunista, anticapitalista, ambientalista, femminista, radicalmente alternativa ai due poli, che sappia suscitare passioni e speranze, che riesca a prospettare per le nuove generazioni un orizzonte di libertà ed eguaglianza.
In questa prospettiva la Federazione della Sinistra non può essere pensata come partito in formazione che segnerebbe, di fatto, il superamento del PRC. Né si possono dare per scontate convergenze politiche che non vi sono. Nella Federazione permangono differenze rilevanti sulla prospettiva politica, ad esempio. Per questo parlare di un congresso in tempi accelerati non ha senso, significherebbe solo rimuovere momentaneamente i problemi esistenti e aggiungerne altri, senza contare il rischio concreto di svuotare di significato il successivo congresso del partito.
La Federazione della Sinistra e un polo della sinistra di alternativa sono utili solo se funzionali alla costruzione di un’alternativa di società che nell’immediato implica l’attivazione di una forte opposizione sociale e culturale al governo Berlusconi e al berlusconismo, ma va oltre come progetto e come orizzonte di alternativa.
La crisi prodotta dal neo-liberismo si abbatte sui  lavoratori e sulle lavoratrici e i ceti popolari. E’ il fallimento del progetto dell’Europa di Maastricht, dentro il quadro più generale della crisi del capitalismo mondiale. Il caso della Grecia è emblematico di quanto si prepara per l’Europa intera: chi ha prodotto la crisi viene salvato da incredibili risorse finanziarie, chi ne è vittima viene ulteriormente attaccato nei diritti, nel reddito, nelle condizioni di lavoro. Il tutto avviene dentro la cornice di un consenso bipartisan delle forze conservatrici e del socialismo europeo. Questo quadro vale anche per l’Italia. Vale per la manovra economica che il governo sta preparando, vale per il consenso che queste misure, a partire dal livello europeo, hanno trovato anche nel centrosinistra. Persino nel recente congresso della CGIL sono prevalse opzioni ambigue, vecchie logiche concertative, scelte statutarie opache, sia sul piano della democrazia interna che nei luoghi di lavoro.
Serve un salto di qualità: stare ancora di più nel conflitto sociale, far sentire la voce della sinistra antiliberista europea, dentro una forte iniziativa di opposizione.
Da qui si deve ripartire. Questa opposizione implica il sostegno al mondo del lavoro nel momento in cui è più acuta la crisi, a partire dalle componenti più combattive, dalla FIOM alle esperienze più avanzate del sindacalismo di base, contrastando i licenziamenti, estendendo gli ammortizzatori sociali, combattendo le delocalizzazioni, difendendo ed estendendo l’art.18, fino alla sperimentazione di proposte di reddito di cittadinanza e di lotta concreta alle varie forme di precarietà. Questa opposizione richiede il sostegno ai diritti civili e a nuove forme di cittadinanza, dai diritti e dalla dignità dei migranti, alla lotta per una libera informazione, alla tutela della gestione pubblica dei beni comuni, alle unioni civili, alle garanzie di libertà di orientamento sessuale, fino al rigoroso rispetto della laicità come elemento costitutivo della nostra repubblica e della democrazia. Questa opposizione impone l’attivazione di una lotta incisiva a difesa della Costituzione (nella sua accezione più profonda), contro i tentativi di modificare l’equilibrio dei poteri, di determinare torsioni presidenzialiste, di disarticolare il paese attraverso il federalismo fiscale, sullo sfondo di un’Europa a due velocità.
La necessità  di lavorare per l’unità contro le destre non può significare la riproposizione di un frontismo moderato all’ombra del PD. Senza un’effettiva convergenza sui contenuti l’unità è un eufemismo o, peggio, una trappola. Ciò vale sia per la mobilitazione sociale che per le alleanze elettorali. Ne deriva la disponibilità unitaria, ma al tempo stesso il rifiuto ad un processo di omologazione. Occorre battere le tentazioni moderate, governiste e alleanziste che vengono avanti nella Federazione e trovano sponda anche nel nostro partito: aver “ portato a casa la pelle”, come si dice con una brutta locuzione, non interessa a nessuno se dentro la sopravvivenza non appaiono visibili i segni e le potenzialità dell’apertura al futuro. Né ci convincono posizioni che serpeggiano nella Federazione e che alludono alla riproposizione di un centro-sinistra organico, e assumono il bipolarismo come una prospettiva ineludibile.
Un simile percorso richiede il rilancio del PRC e del suo progetto. L’ispirazione di fondo del congresso di Chianciano è rimasta da questo punto di vista lettera morta, mentre la vicenda della Federazione ha assorbito gran parte delle energie, sicché spesso l’impegno per il partito è stato visto come un diversivo. E’ tempo di fare un bilancio: occorre in primo luogo riprendere il filo (purtroppo da tempo interrotto) di una ricerca sulla “rifondazione comunista”, che non può essere avulsa dal contesto. A tale riguardo, ad esempio, il tema della crisi e dell’uscita dalla stessa sono paradigmatici di una ricerca sull’attualità di un rinnovato pensiero comunista.
Al tempo stesso occorre rivitalizzare il partito. Pensiamo che occorra davvero ripartire dai circoli, riproponendo la priorità dell’iniziativa sociale, offrendo strumenti di formazione teorica e di approfondimento culturale, promuovendo nuove adesioni, sostenendo il nostro quotidiano “Liberazione”, ma soprattutto occorre che questa ripresa si saldi a un rafforzamento della democrazia interna, molto spesso trascurata o vanificata.
Siamo, inoltre, in presenza di una vera e propria emergenza sulla questione morale. Urge una nostra iniziativa contro l’occupazione delle istituzioni, ma anche contro i costi della politica, iniziativa che non va lasciata a Di Pietro e ai grillini. Pensiamo che su quest’ultima questione i nostri rappresentanti debbano essere decisi: chiedere che lo stipendio degli eletti ed elette nelle istituzioni si abbassi in maniera significativa non significa dare adito al qualunquismo o all’antipolitica, giacché, a nostro avviso, la forza e la qualità della politica non si misurano dagli stipendi degli istituzionali.
Noi siamo per un percorso di superamento delle ‘aree’ politiche cristallizzate e militarizzate, siamo favorevoli ad un pluralismo culturale e politico e al confronto tra differenze e soggettività. Consideriamo, infatti, del tutto negative le lobbies travestite da aree, in cui l’impegno più importante è quello di spartirsi i ruoli di governo del partito o le cariche istituzionali, fino alla pratica di un tatticismo esasperato, tutto teso a preservare le proprie posizioni di potere.
IL TEMPO E’ SCADUTO.
Impieghiamo “quel che resta del giorno” per invertire la rotta, per consentire alla generazione della precarietà di riprendersi la politica nelle forme e nella sostanza. Non pensiamoci come intergruppi, ma come cantiere aperto, e soprattutto, compagne e compagni, riprendiamoci la parola.
Imma Barbarossa, Direzione nazionale; Walter de Cesaris, CPN; Gianluigi Pegolo, Segreteria nazionale; Amadio Paula,CPN; Danilo Barreca, CPN; Guido Benni, CPN; Fabio Biasio,CPN; Carlo Cartocci,CPN; Pino Commodori,CPN; Pasquale D’Angelo,CPN; Manuela Giugni,CPN; Angela Lombardi,CPN;Matteo Malerba,CPN;Cinzia Mancini, segreteria prov. Taranto; Antonello Manocchio,CPN;Alidina Marchettini, Cpp Firenze; Adriana Miniati,CPN; Pierpaolo Montalto,CPN; Matteo Notarangelo, CPR Puglia; Alba Paolini,CPN; Laura Petroni,CPN; Giosuele Rosicano,CPR Puglia; Vanessa Savoni,CPN; Rita Scapinelli,Consiglio nazionale F.d.S.; Paola Serafini, CPG Firenze; Vincenzo Simoni,CPN; Anita Sonego, Consiglio nazionale F.d.S.; Sandro Targetti,CPN; Riccardo Torregiani,CPR Toscana; Francesco Voccoli, CPN; Zammori Paolo, CPR Toscana.

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IL TEMPO E’ SCADUTO. Riprendiamoci la parolaultima modifica: 2010-07-18T11:55:10+00:00da palver82
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